Il fenomeno del femminicidio continua a rappresentare una piaga sociale, un’emergenza che irrompe nelle nostre vite con una violenza inaudita e troppo spesso annunciata. Di fronte a ogni nuovo caso, si riaccende il dibattito sulla necessità di riforme normative, di inasprimento delle pene o di modifiche al codice di procedura penale. Questi interventi, seppur importanti nell’ottica della repressione e della tutela, rischiano di rivelarsi insufficienti se non sono accompagnati da una profonda e radicale presa di coscienza culturale.
La mera riforma legislativa, infatti, agisce spesso sull’effetto, sul sintomo finale di una patologia sociale ben più radicata. Per prevenire efficacemente il femminicidio, la prima, vera e ineludibile riforma utile deve essere di natura culturale, ed il suo epicentro non può che essere la famiglia.
La violenza di genere non nasce all’improvviso in un raptus, ma si nutre e si sviluppa in un terreno fertile fatto di sottile disuguaglianza, svalutazione e oggettificazione della donna. E questo terreno viene concimato sin dall’infanzia, spesso attraverso il linguaggio e i modelli comportamentali che vengono tacitamente accettati in casa.
Le parole non sono semplici etichette, ma veri e propri mattoni con cui costruiamo la nostra percezione della realtà. Come giustamente sottolineato, quando i ragazzi e i giovani si riferiscono alle loro compagne, amiche o conoscenti chiamandole genericamente “le femmine”, usando il termine in modo sprezzante, svalutante o come un’unica categoria da dominare, questo è un segnale di allarme.
Le parole hanno un peso, sono pietre lanciate che approdano nel futuro.
Questi scivoloni linguistici non vanno ignorati o, peggio, incoraggiati con una risata complice. Vanno immediatamente ripresi e corretti perché sono i segni eziologicamente significativi di una visione distorta e sessista. Sono la spia che la donna non è percepita come individuo alla pari, ma come “oggetto” o “categoria” su cui esercitare un implicito potere. Delegare l’educazione a figure esterne o a riforme calate dall’alto significa abdicare alla responsabilità genitoriale.
Un principio fondamentale per la crescita individuale e sociale è la distinzione tra l’atteggiamento del minore e quello del maggiorenne:
Il minore cerca il colpevole all’esterno, tende a minimizzare la propria colpa e a delegare la risoluzione del problema.
Il maggiorenne si assume la responsabilità delle proprie azioni, riconosce il proprio ruolo nel problema e si impegna attivamente per la soluzione.
La nostra società è un organismo complesso composto da famiglie. Le famiglie, a loro volta, sono composte da persone maggiorenni (i genitori) e minorenni (i figli). La vera rivoluzione non può che partire dai maggiorenni, i quali devono assumersi la responsabilità delle proprie mancanze educative e dei modelli che trasmettono.
Se la famiglia, l’unità fondamentale della società, si impegna a: Educare al rispetto reciproco e all’uguaglianza di genere. Vigilare sul linguaggio e correggere ogni forma di sessismo verbale. Insegnare l’empatia e la gestione non violenta dei conflitti. Promuovere una mascolinità non tossica, libera dai vecchi stereotipi di prevaricazione.
Solo allora la società nel suo complesso avrà compiuto un grande cambio culturale. Prevenire il femminicidio non è un compito da delegare unicamente alle forze dell’ordine o ai tribunali; è un dovere che ricade sulla coscienza di ogni singolo cittadino, e prima di tutto, sull’educazione impartita in casa.
Responsabilità e consapevolezza sono le fondamenta su cui costruire un futuro in cui la violenza di genere non abbia più spazio. La vera legge salvifica non è scritta in un codice, ma nel cuore e nella mente dei nostri figli, grazie alla coerenza e all’esempio dei loro genitori.
