La fine del medico di famiglia, mentre la sanità italiana cambia volto
Per generazioni il medico di famiglia è stato il primo presidio di salute, il volto umano della medicina, il professionista che entrava nelle case, osservava l’ambiente, ascoltava i racconti, interpretava i sintomi e soprattutto formulava diagnosi. Non applicava protocolli: ragionava. Non delegava ai macchinari: osservava. Non si nascondeva dietro la burocrazia: decideva.
Era una figura che teneva insieme comunità, fiducia e cura. Una figura che oggi, lentamente ma inesorabilmente, sta scomparendo.
Dalla clinica al protocollo: la trasformazione silenziosa della professione
Negli ultimi vent’anni la formazione medica ha subito una metamorfosi profonda. Gli ospedali, sempre più strutturati come aziende, hanno formato giovani professionisti abituati a:
- seguire linee guida rigide
- applicare protocolli standardizzati
- ridurre la complessità a check-list
- delegare la valutazione clinica a esami e specialisti
La clinica, quella vera, fatta di ragionamento differenziale, ascolto, osservazione del paziente, è diventata un’arte marginale. Non perché i giovani medici non vogliano praticarla, ma perché non viene più insegnata. La cultura sanitaria contemporanea premia la conformità, non l’intuizione; la prudenza amministrativa, non la responsabilità clinica.
Il risultato è una generazione di professionisti che spesso si sente più sicura davanti a un protocollo che davanti a un paziente.
La visita domiciliare: da gesto naturale a eccezione
Un tempo il medico di famiglia varcava la soglia delle case senza esitazioni. Oggi la visita domiciliare è diventata un evento raro. Le ragioni sono molteplici:
- timore di ammalarsi
- carichi burocratici crescenti
- organizzazioni territoriali insufficienti
- una cultura sanitaria che privilegia la prestazione ambulatoriale
Il paziente fragile, anziano, non autosufficiente, viene spesso lasciato ai margini. La medicina territoriale perde la sua anima: la prossimità.
La risposta senza diagnosi: l’illusione della medicina algoritmica
In questo vuoto si inserisce un nuovo protagonista: l’intelligenza artificiale. Un sistema potente, capace di elaborare enormi quantità di dati, ma pur sempre un programma progettato per fornire risposte, non per formulare diagnosi nel senso clinico e umano del termine.
La nuova generazione di medici, cresciuta nell’idea che la diagnosi sia un algoritmo da seguire, rischia di essere la prima a essere sostituita proprio da ciò che ha imparato a imitare: un sistema che risponde, ma non comprende.
Pandemia: il momento in cui tutto si è rivelato
Il periodo del Covid-19 ha rappresentato uno spartiacque. È stato il momento in cui la differenza tra medicina clinica e medicina amministrativa (politicizzata) è esplosa in tutta la sua evidenza.
Da un lato c’erano i medici che hanno continuato a visitare i pazienti, a entrare nelle case, a valutare i sintomi, a basarsi sulle evidenze scientifiche disponibili. Hanno onorato il giuramento di Ippocrate, ricordando che la salute non si tutela con circolari amministrative prive di valore medico, ma con competenza, responsabilità e presenza.
Dall’altro lato c’erano i medici della telemedicina, dei protocolli applicati senza valutazione clinica, della “tachipirina e vigile attesa”, indicazioni poi rivelatesi insufficienti e in alcuni casi dannose. Professionisti che, pur avendo abbandonato i pazienti più fragili, e ricusato a chi poneva anche semplici domante, sono stati elogiati come modello di conformità.
Il paradosso è stato evidente:
chi curava veniva ostacolato; chi non curava veniva premiato.
Medici sotto attacco: quando salvare vite diventa un rischio
Molti medici di famiglia che hanno scelto di visitare i pazienti e di curarli secondo scienza e coscienza sono stati:
- vessati
- indagati
- convocati in commissioni disciplinari
- trascinati in tribunale
Non per aver sbagliato, ma per aver salvato vite umane. Per aver fatto ciò che la medicina richiede: valutare, decidere, intervenire.
È una ferita ancora aperta nella memoria collettiva della sanità italiana.
Un futuro incerto: tra protocolli, algoritmi e assenza di responsabilità
Oggi ci troviamo davanti a un bivio. Da un lato un sistema sanitario che sembra premiare l’aderenza cieca alle procedure; dall’altro una medicina che rischia di perdere la sua identità, la sua capacità di leggere l’essere umano oltre i parametri.
L’avanzata dell’intelligenza artificiale, in un contesto dove la diagnosi clinica è stata progressivamente abbandonata, apre scenari inquietanti:
se il medico rinuncia alla diagnosi, cosa lo distingue da un software?
Il futuro della sanità italiana appare come un territorio incerto, dove le domande superano le risposte e le garanzie si assottigliano.
Dedica: a chi non ha voltato le spalle
Questo articolo è dedicato ai medici di famiglia che, durante la pandemia, hanno continuato a essere ciò che la medicina dovrebbe sempre essere: presenza, responsabilità, coraggio.
A chi ha visitato i pazienti, ha curato secondo scienza e coscienza, ha rispettato il Codice Deontologico anche quando farlo significava esporsi. A chi ha ricordato che la salute non si tutela con atti amministrativi, ma con la clinica.
A chi è stato indagato, ostacolato, accusato, solo per aver fatto il proprio dovere.
A loro va il riconoscimento che il sistema non ha saputo dare.
La loro testimonianza resta un faro.
E ci ricorda che, senza coraggio e senza etica, nessun protocollo e nessun algoritmo potrà mai sostituire la medicina.
Francesco Paolo Cinquemani
*avvocato
