La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 547/2025 della Terza Sezione Civile, interviene in modo netto su uno dei nodi più delicati della responsabilità sanitaria: la prova del nesso causale nei casi di cure omesse o diagnosi mancate.
Il principio affermato è destinato a incidere profondamente sulla prassi giudiziaria: il giudice non può più accontentarsi di mere ipotesi o valutazioni astratte. Quando una terapia non è stata somministrata, o una diagnosi non è stata formulata, occorre ricostruire lo scenario alternativo — quello in cui la condotta corretta sarebbe stata eseguita — con un grado di “alta probabilità logica” di successo.
Non basta dire che “forse” il paziente avrebbe avuto un esito migliore. Serve molto di più: dati scientifici, letteratura accreditata, linee guida, protocolli e studi clinici.
È un cambio di passo che rafforza la tutela del paziente, ma allo stesso tempo impone rigore metodologico ai giudici e alle parti.
Il cuore della decisione: niente congetture, solo scienza
La Cassazione chiarisce che il giudizio controfattuale — cioè la ricostruzione di ciò che sarebbe accaduto se il medico avesse agito correttamente — non può essere affidato all’intuizione o alla statistica generica.
Occorre dimostrare, sulla base di evidenze:
- che esisteva una terapia appropriata e tempestiva
- che tale terapia, secondo la comunità scientifica, aveva elevate probabilità di successo
- che la sua omissione ha inciso in modo determinante sull’esito negativo
Questo approccio, già presente in alcune pronunce precedenti, viene ora consolidato e reso vincolante.
Diagnosi mancate: tutela rafforzata
La sentenza non si limita alle cure omesse. La Corte estende il principio anche ai casi di diagnosi tardive o mancate, riconoscendo che:
- una diagnosi corretta e tempestiva è parte integrante del diritto alla salute
- la sua omissione può privare il paziente della possibilità concreta di accedere a cure efficaci
- anche in questo caso, il giudice deve valutare la “probabilità logica” che una diagnosi corretta avrebbe modificato il decorso clinico
Si tratta di un riconoscimento importante: la perdita di chance terapeutica non è un concetto astratto, ma un danno reale e risarcibile, purché dimostrato con metodo scientifico.
Linee guida: standardizzazione o personalizzazione? La Cassazione chiarisce
Uno dei passaggi più significativi della sentenza riguarda il ruolo delle linee guida.
La Corte afferma che esse sono fondamentali per valutare la correttezza della condotta sanitaria e per ricostruire lo scenario ipotetico. Ma — ed è un punto decisivo — non equivalgono a una standardizzazione rigida delle cure.
Le linee guida:
- non sostituiscono il giudizio clinico
- non impongono protocolli automatici
- non cancellano la necessità di personalizzare la terapia
La Cassazione ribadisce che il medico deve sempre adattare le indicazioni generali al caso concreto, tenendo conto di:
- condizioni cliniche del paziente
- comorbidità
- età
- risposta individuale ai trattamenti
- rischi specifici
In altre parole, le linee guida sono un faro, non una gabbia.
Servono al giudice per valutare la condotta e per ricostruire il nesso causale, ma non possono essere usate per giustificare cure “standard” applicate in modo indifferenziato.
Perché questa sentenza è un punto di svolta:
- Aumenta la tutela dei pazienti
Perché impone un metodo rigoroso nella ricostruzione del nesso causale, evitando che omissioni gravi restino senza conseguenze.
- Rafforza la responsabilità delle strutture
Che devono documentare protocolli, percorsi diagnostici e scelte terapeutiche, sapendo che il giudice valuterà ogni omissione alla luce delle evidenze scientifiche.
- Chiarisce il ruolo delle linee guida
Non come strumenti di uniformazione cieca, ma come parametri di riferimento da integrare con la personalizzazione clinica.
- Rende più trasparente il giudizio medico-legale
Perché sposta il baricentro dalla discrezionalità alla verificabilità scientifica.
Conclusioni
La Cassazione compie un passo importante: porta il processo civile più vicino alla medicina basata sulle evidenze, senza però sacrificare la centralità del paziente.
La scienza diventa il fondamento del giudizio, ma la cura resta un atto individuale, irripetibile, che deve essere modellato sulle esigenze specifiche della persona.
La diagnosi non è un atto burocratico, ma il primo presidio del diritto alla salute e quando viene meno, il paziente non può essere lasciato solo.
La giustizia deve intervenire con metodo, rigore e rispetto della scienza e questa sentenza va esattamente in quella direzione.
Francesco Paolo Cinquemani
*avvocato
