La riforma dei Medici di Medicina Generale (MMG), già discussa da tempo è attesa nel 2026.
Il decreto si presenta con obiettivi apparentemente condivisibili: consolidare la medicina territoriale, potenziare le Case della Comunità, migliorare la presa in carico dei pazienti cronici e ridurre gli accessi impropri in ospedale. Queste finalità rispondono a esigenze reali del sistema sanitario nazionale. Tuttavia, la scelta degli strumenti normativi — in particolare la contrattualizzazione massiva dei medici di medicina generale (MMG), solleva interrogativi sostanziali sulla coerenza tra fini e mezzi e sui rischi concreti per la qualità delle cure, per la libertà professionale del medico e, in ultima analisi, per l’interesse del paziente.
Raffronto: funzioni del MMG prima e dopo il decreto
Fino ad oggi, il MMG opera prevalentemente come libero professionista convenzionato: autonomia organizzativa, discrezionalità clinica nella scelta di accertamenti e terapie, continuità assistenziale fondata sulla relazione fiduciaria con il paziente. Il medico di famiglia decide in scienza e coscienza, modulando interventi in funzione della storia clinica, del contesto sociale e delle esigenze individuali del paziente (ecco come dovrebbe essere) anche se i medici conoscono bene le pressioni che ricevono dall’ordine o dai sindacati.
Invece, cosa prevederebbe il post decreto, visto che il quadro muta in modo significativo: il MMG viene progressivamente inserito in reti territoriali formalizzate, con possibilità di inquadramento come dipendente del SSN (impiegato) o di accreditamento in forma associata; l’attività è soggetta a orari, sedi e protocolli aziendali; la discrezionalità clinica rischia di essere ridotta da linee guida che assumono carattere prescrittivo. La continuità assistenziale può risultare frammentata tra presidi e turnazioni, con minore centralità della relazione medico‑paziente. Ecco il MMG con la riforma si trasformerebbe in un burocrate del SSN.
Criticità del decreto
Il decreto presenta criticità sia di principio sia di applicazione pratica. Sul piano giuridico e contrattuale, la trasformazione del rapporto di lavoro senza adeguate garanzie espone i medici a incertezze economiche e organizzative: in assenza di contrattazione collettiva chiara, il passaggio a un inquadramento dipendente può tradursi in peggioramento delle condizioni retributive e in perdita di autonomia gestionale. Sul piano clinico, l’eventuale imposizione di protocolli rigidi rischia di trasformare il medico in un esecutore di procedure standard, con conseguente impoverimento del giudizio clinico personalizzato. Sul piano organizzativo, la delega alle Regioni per l’attuazione può generare disomogeneità territoriali, con disparità nell’offerta di cure e nel trattamento economico dei professionisti. Infine, la frammentazione dell’attività tra sedi e turni può erodere la continuità assistenziale, pilastro della buona medicina di famiglia.
Le incoerenze politiche:
Il Governo è bravo a usare “leve” con i cittadini per peggiorare ciò che è già disastroso. Noi avvocati lo stiamo vivendo con la Riforma Cartabia, che ha ingolfato la macchina giuridica, anziché velocizzarla. Nel sociale lo abbiamo visto con il mantra del cambiamento climatico che ha convinto le persone ad acquistare l’auto elettrica e oggi le case automobilistiche stanno tutte tornando a motori termici, per questioni economiche e ambientali. Durante il periodo covid dissero: «dobbiamo rafforzare la medicina territoriale per evitare il collasso ospedaliero», questa affermazione purché comprensibile, non è esente da contraddizioni. Durante la fase acuta del Covid molte scelte organizzative e linee guida adottate a livello centrale e regionale hanno limitato l’azione diretta del MMG, privilegiando approcci telefonici e protocolli standardizzati che, in diversi casi, hanno impedito visite domiciliari e accertamenti tempestivi, (“tachipirina e vigile attesa”). I medici che hanno scelto di agire diversamente, ritenendo necessario un intervento clinico diretto per tutelare il paziente, sono stati segnalati e hanno dovuto affrontare procedimenti disciplinari o giudiziari. Se è già limitato e sotto pressione il MMG oggi, che ne sarà di un MMG che sarà un dipendente del SSN, almeno ancora oggi qualche medico che opera in scienza e coscienza lo si trova, ma poi?
Questa memoria rende la proposta attuale ancora più problematica: si invoca la medicina territoriale ma si propone uno strumento che riduce l’autonomia del medico, senza aver prima riconosciuto e corretto le scelte che in passato hanno limitato l’azione clinica sul territorio. Ne deriva una percezione di incoerenza politica: il governo «predica» il consolidamento della cura di prossimità ma, con il decreto, rischia di «razzolare» in modo opposto, legando le mani a chi quotidianamente cura i cittadini.
Riflessioni
La domanda cruciale è se il decreto tutela davvero il paziente o se, al contrario, rafforza logiche aziendali che comprimono la buona medicina. La risposta, alla luce delle criticità esposte, è che il rischio di anteporre efficienza gestionale e controllo a scapito del giudizio clinico è concreto. La buona medicina non è un processo industriale: è un atto professionale che richiede esperienza, capacità di valutazione e conoscenza del contesto del paziente. Limitare questa libertà non tutela il cittadino; anzi, può portare a scelte inappropriate per casi che non rientrano perfettamente nei parametri previsti.
Per tutelare davvero il paziente è indispensabile che i professionisti partecipino attivamente alla definizione dei percorsi clinici e organizzativi: chi cura deve poter contribuire a decidere come curare il proprio paziente.
Conclusioni
Una riforma dovrebbe richiedere un pacchetto organico: investimenti in infrastrutture, diagnostica diffusa, formazione continua, contratti che garantiscano retribuzione e tutele a iniziare dagli infermieri, standard nazionali minimi per evitare disomogeneità regionali, visto che molti ospedali operano sottorganico, ed infine, la partecipazione attiva dei medici alla definizione dei percorsi.
Trasformare il MMG ad impiegato non è la soluzione: rischia di trasformare la cura in gestione e di tradire l’interesse che la riforma dichiara di voler perseguire. La salute dei cittadini si tutela restituendo al medico la libertà di scegliere in scienza e coscienza le cure più idonee al singolo paziente, accompagnata da regole chiare, tutele e responsabilità condivise. Solo così la medicina territoriale potrà davvero diventare più forte, efficace e rispettosa dei diritti fondamentali dei pazienti.
Francesco Paolo Cinquemani
*avvocato
