Cammino per le strade di Palermo e passando davanti le stazioni di servizio vedo il solito cartello: €1,65/l (valore medio nazionale recente) oggi salito drasticamente, cosa è successo? Cosa si nasconde dietro questi numeri?
Dietro quel numero non c’è solo il costo del petrolio: c’è una costruzione fiscale che sovrappone imposte e rende il pieno carburante una tassa sulla tassazione stessa. I dati ufficiali del MASE mostrano chiaramente la scomposizione: accisa €672,90/1.000 L, IVA calcolata su (netto + accisa) e una quota di netto residuo che spesso non arriva al 45% del prezzo finale.
Quante accise esistono e come si sono evolute
- Storicamente in Italia sono state istituite molte accise per emergenze diverse; oggi si parla di circa 19 accise storiche (guerra d’Abissinia 1935; crisi di Suez 1956; disastro del Vajont 1963, alluvione di Firenze 1966 e numerosi terremoti)1, che però dal 1995 sono state in gran parte accorpate in un’unica imposta e dal 2013 rese strutturali.
- L’accisa è un’imposta specifica (calcolata per unità di misura, es. €/litro) che grava sul prezzo alla produzione o vendita e viene trasferita al consumatore finale tramite il prezzo del carburante alla pompa.
– Benzina e gasolio auto (accisa nazionale unica 2026): €672,90 per 1.000 litri (≈ €0,6729/l).
– GPL per autotrazione: €147,27 per 1.000 litri (≈ €0,1473/l).
Queste aliquote sono state confermate e armonizzate nella recente manovra che ha allineato benzina e gasolio a partire dal 1° gennaio 2026.
Perché è un’imposta sull’imposta (spiegazione semplice)
L’accisa è un’imposta specifica per litro; l’IVA è un’imposta proporzionale sul prezzo di vendita. La normativa fiscale italiana stabilisce che la base imponibile IVA include l’accisa, quindi l’IVA viene applicata anche sull’importo dell’accisa: in termini pratici, paghiamo IVA sull’accisa (paghiamo l’imposta sull’imposta). Questo meccanismo aumenta il carico fiscale complessivo e rende il prezzo alla pompa particolarmente sensibile a scelte politiche e tensioni internazionali.
L’aumento “preventivo” e chi ci guadagna
Negli ultimi giorni i listini dei carburanti hanno registrato un rialzo che viene pudicamente definito “preventivo”. Gli operatori della filiera trasferiscono sul prezzo finale non un costo effettivamente sostenuto, bensì un rischio futuro e meramente eventuale, anticipando rincari legati a tensioni geopolitiche o a ipotesi di aumento del greggio. In termini sostanziali, al consumatore viene imposto di finanziare ex ante un rischio d’impresa che, in un mercato concorrenziale, dovrebbe restare in capo agli operatori economici. Questo meccanismo diventa fiscalmente perverso perché l’ordinamento tributario italiano – in applicazione formale ma acritica delle regole sulla base imponibile IVA – assoggetta a imposizione anche tali aumenti anticipati, includendo l’accisa nella base IVA e trasformando ogni rialzo, anche speculativo, in gettito erariale. Ne deriva una distorsione evidente dei principi di neutralità dell’imposta sul valore aggiunto e di capacità contributiva sancita dall’articolo 53 della Costituzione: il prelievo non colpisce una manifestazione certa di ricchezza, ma un prezzo gonfiato dall’incertezza. Così le emergenze internazionali, che nulla hanno a che vedere con le scelte del consumatore, diventano il presupposto giuridico per una doppia estrazione di valore: privata, a favore degli operatori dominanti e degli intermediari, e pubblica, a favore di un fisco che incassa automaticamente senza interrogarsi sulla legittimità sostanziale della base imponibile. Il rischio d’impresa non viene né assorbito né regolato, ma fiscalizzato e scaricato integralmente sull’unico soggetto privo di potere contrattuale: il contribuente-consumatore.
Quanto costerebbe il carburante senza imposte
Prendendo i dati MASE come riferimento, il prezzo “netto” del prodotto si aggira intorno a €0,68/l; il resto (circa €0,97/l) è costituito da accise + IVA sull’accisa. Togliendo accise e IVA, il risparmio teorico sarebbe quindi significativo, ma la rimozione di queste imposte implicherebbe una perdita di gettito pubblica enorme e la necessità di alternative di finanziamento.
(Dati comparativi e posizionamento fiscale aggiornati al 2025–2026; l’Italia risulta tra i Paesi con maggiore pressione fiscale sui carburanti in Europa).
Conclusione
La fiscalità sui carburanti non è il risultato di automatismi tecnici né di vincoli naturali del mercato: è l’esito di scelte politiche precise, stratificate nel tempo e mai realmente rimesse in discussione. Proprio per questo, la responsabilità del decisore pubblico non può esaurirsi nella mera esigenza di garantire gettito, ma deve misurarsi con i principi costituzionali di ragionevolezza, capacità contributiva e trasparenza del prelievo. Tassare un bene essenziale come il carburante significa intervenire direttamente sulla mobilità, sul lavoro, sulla produzione e sul costo della vita.
In questo quadro, il Parlamento è chiamato a riappropriarsi pienamente della propria funzione costituzionale di legislatore. Le politiche fiscali sui carburanti non possono continuare a essere modellate attraverso interventi emergenziali, decreti‑legge reiterati e voti di fiducia che comprimono il dibattito democratico e svuotano la responsabilità politica. Spetta alle Camere definire un assetto normativo chiaro, stabile e intellegibile, capace di armonizzare il prelievo con le finalità dichiarate (ambientali, redistributive o di bilancio) e di renderlo coerente nel tempo. Al Governo compete l’indirizzo politico generale, non la sostituzione sistematica del legislatore.
Accanto alla responsabilità normativa vi è poi un dovere inderogabile di trasparenza e tutela del cittadino‑consumatore. La composizione del prezzo al distributore di carburante deve essere resa immediatamente comprensibile, standardizzata e verificabile, affinché il contribuente possa sapere con precisione quanto paga, a chi e per quale ragione. Allo stesso tempo, è indispensabile rafforzare i controlli effettivi lungo la filiera per contrastare pratiche speculative che trasferiscono sul consumatore rischi d’impresa, tensioni future o rendite di posizione, trasformando ogni rincaro in una rendita privata e in un gettito pubblico automatico.
In assenza di queste scelte, la fiscalità sui carburanti resta ciò che è oggi, un prelievo opaco, regressivo e politicamente comodo, che scarica l’onere dell’incertezza economica sull’unico soggetto privo di potere contrattuale. Governare questa materia non significa difendere l’esistente come inevitabile, ma assumersi la responsabilità di decidere chi paga, perché paga e entro quali limiti.
Ogni rinvio di questo confronto non è neutralità tecnica, è una scelta politica e come tale produce effetti concreti sulla vita dei cittadini.
Francesco Paolo Cinquemani
*avvocato
