La post-modernizzazione del diritto del lavoro e la flexicurity

La post-modernizzazione del diritto del lavoro e la flexicurity

Il terzo millennio è caratterizzato dalla presenza nel mondo della produzione delle Intelligenze Artificiali (I.A.) che non possono più essere trascurate né dalla dottrina né dalla politica. La presenza delle I.A. è sempre più invasiva nel mondo della produzione e di conseguenza nel mondo lavoro e, come è noto ed ampiamente dimostrato sia storicamente che scientificamente, si sta avviando alla sostituzione dei lavoratori, soprattutto nelle catene di montaggio con un grande vantaggio per l’impresa, aumentando la produzione e riducendo i costi, sia diretti che indiretti. Per l’I.A. l’impresa non ha la necessita di provvedere alla formazione, sia per quanto concerne la sicurezza sul posto di lavoro che sull’uso delle attrezzature destinate alla produzione. L’imprenditore non deve gestire una serie di problematiche che invece si trova a dover affrontare nel caso di dipendenti (malattia, ferie, oneri riflessi, turni, formazione ecc.).  L’uomo tout court e non solo il lavoratore non deve temere il progresso e la ricerca scientifica, la storia ci ha insegnato che non è l’uomo che assiste la macchina (I.A), ma è la macchina che assiste e semplifica la vita del lavoratore nella produzione di beni e servizi. L’introduzione di nuove tecnologie o di nuove macchine nella produzione di beni e servizi, come è noto storicamente, migliora la qualità della vita dell’uomo – lavoratore ed aumenta la produzione creando benessere economico e sociale.

Inoltre, l’introduzione nel mondo della produzione di nuove tecnologie e dell’I.A. permette all’imprenditore di poter affrontare le sfide che nel terzo millennio vedono protagonisti da un lato la globalizzazione, da un’altra prospettiva l’internazionalizzazione ed infine vi è la resistenza di alcuni mercati nazionali sostenuti politicamente dai rispettivi Governi.

Il pericolo per l’uomo in questo momento storico ove il mondo della produzione è in evoluzione, non può essere il progresso scientifico e l’innovazione tecnologica, ma, come è ampiamente dimostrato dai dati ISTAT, il vero pericolo è la bassa scolarizzazione che determina l’incapacità alla riconversione ed all’orientamento del lavoratore verso i nuovi lavori. Coloro che perdono i posti di lavoro e che non riescono a reinserirsi nel mercato del lavoro a causa dell’incapacità di riorientarsi verso nuovi lavori, rischiano di diventare i poveri del terzo millennio e sono sempre di più come si evince dai dati sulla povertà 2023 sia in Italia che in UE. Le imprese per essere competitive hanno la necessità di avere dipendenti in grado di saper svolgere i lavori del ventunesimo secolo (Harari – 21 lezione per il XXI secolo ed. Ebook) che richiedono un livello culturale medio-alto. I governi in generale si sono sempre preoccupati del consenso e non hanno programmato una formazione adeguata che consenta all’uomo di sapere affrontare la grande rivoluzione del ventunesimo secolo, che è già iniziata e che vede protagonisti l’impresa, il mondo del lavoro e della produzione.

I governi non sono stati lungimiranti, non si sono preoccupati di programmare un futuro, non hanno fatto investimenti per l’avvenire a partire dalla scuola che, e non serve spendere parole, forma le generazioni che dovranno gestire il futuro.

L’uomo-lavoratore storicamente ed in particolare nell’800-900 ha avuto una preparazione culturale tale che gli ha permesso di rinnovarsi e saper rispondere alle esigenze del mercato del lavoro. I dati statistici in Italia e non solo, stanno evidenziando in modo inconfutabile due fattori: un forte tasso di disoccupazione composto da lavoratori che non trovano sbocco o soluzioni nel mondo del lavoro ed una grande richiesta, da parte delle imprese, di lavoratori qualificati, che resta inevasa. A primo acchito potrebbe sembrare un paradosso, ma, leggendo i dati messi a disposizione dalla Camera di Commercio di Venezia, si comprende che il problema nasce dal fatto che i disoccupati hanno un basso livello di scolarizzazione e sono privi di competenze specifiche. Le misure poste in essere dai vari governi degli stati dell’UE, quali per esempio Reddito di cittadinanza, reddito di inclusione ecc., a sostegno dei lavoratori che hanno perso il lavoro, con l’intendo da un lato di sostenere il reddito e dall’altro con il preciso compito di riqualificare il lavoratore per essere reinserito nel mondo del lavoro, non sono sufficienti. Come si evince dai dati messi a disposizione dalle Agenzie per il lavoro, vi è sostanzialmente una difficoltà oggettiva legata alla bassa scolarizzazione dei lavoratori che rende difficoltoso sia l’orientamento che la formazione verso i nuovi lavori, con un grave danno sia per la produzione che per l’impresa. La richiesta delle imprese per reggere al nuovo mercato è quella di lavoratori qualificati e culturalmente preparati per saper affrontare e gestire le nuove tecnologie; non più dunque lavoratori esecutori ma lavoratori che condividono gli obiettivi con l’impresa e propongono soluzioni (flessibilità per l’impresa e sicurezza per il lavoratore).

La storia ci ha insegnato che il progresso e l’innovazione tecnologica non solo non possono essere arrestati, ma soprattutto che l’innovazione tecnologica ha creato e crea lavoro (Aristotele), confutando quei luoghi comuni che sostengono che “l’introduzione di nuove macchine nella produzione creerebbe disoccupazione”.

Per produrre le innovazioni tecnologiche servono lavoratori con nuove competenze professionali e, che se non sono stati preparati culturalmente ed adeguatamente, non saranno in grado di rispondere alle esigenze del nuovo mercato del lavoro. Basta guardare il fenomeno nazionale, che è una micro realtà nella globalizzazione, per cogliere l’essenza del problema, tantissimi disoccupati da un lato e tantissime aziende che non riescono a trovare lavoratori dall’altro.

Nelle Aule delle scuole di ogni ordine e grado si è sempre fatta cultura tout cuor, come è giusto che sia, si è fatta e si dovrebbe fare cultura. Allo studente devono essere fornite le basi formative per saper affrontare “la vita”, cioè avere quella preparazione culturale che gli consente di risolvere le difficoltà che ogni giorno la vita crea, partendo dal mondo del lavoro che, come è noto, permette di avere un reddito per soddisfare i propri bisogni e quelli della famiglia.

L’uomo grazie alla Scuola, nel XX secolo, ha avuto una preparazione culturale tale da sapersi “auto-formare” sul campo, prevalentemente in quello del lavoro e saper rispondere alle esigenze del mercato del lavoro.

Il mercato del lavoro nel terzo millennio ha cominciato ad assumere una nuova realtà e dimensione sia sociale che culturale, sia in termini di evoluzione del lavoro stesso (cambia la legislazione reddito minimo di sussistenza – reddito di cittadinanza, ma cambia anche il lavoro in senso stretto – serve sempre più intelligenza (cultura) e meno forza fisica).

La legislazione, in materia di lavoro, è in evoluzione, seppur con difficoltà legate ai nuovi attori che sono comparsi nel mondo produttivo (multinazionali), tende verso una flessicurezza che disciplina i nuovi lavori che sono già in fase embrionale ma presenti nel mercato, quali per esempio lo smart working, il telelavoro, lavoro da remoto, piloti di droni, tecnico delle A.I. ecc. ma non tiene conto della nuova realtà politico-sociale ed economica che si sta delineando all’orizzonte “globalizzazione e sovranismo”.

L’UE, in materia di lavoro, che ha competenze non esclusive in politica sociale dell’occupazione, ha emanato diverse direttive (1999/70/CE, accordo quadro allegato alla direttiva 97/81/CE direttiva 2003/85/CEE) per creare un’uniformità normativa all’interno dello spazio comunitario nel vano tentativo, non dichiarato,  di limitare la delocalizzazione della produzione verso quei paesi comunitari ove il costo del lavoro  è più basso e le garanzie in termini previdenziali, assistenziali e di sicurezza sul posto di lavoro sono relative. 

Il lavoro è in evoluzione, le professioni del futuro sono ancora sconosciute, per quelle che si conoscono sono pochi i lavoratori che sono in grado di svolgerle, per esempio l’assistente alle intelligenze artificiali, piloti di droni ecc.; Per adeguarsi al cambiamento in atto è necessaria una formazione permanente e continua che permetta al lavoratore di rimanere sempre aggiornato e di adattarsi ai nuovi contesti. Adattabilità e flessibilità divengono quindi i nuovi requisiti del lavoratore che vuole immettersi nel moderno mercato del lavoro.

Un altro fenomeno che è stato poco scrutato, anche dagli studiosi del diritto, è quello relativo alle difficoltà dei singoli Stati che hanno riscontrato e che riscontrano nel regolamentare la materia del lavoro a causa della presenza, sempre più invadente, delle multinazionali, sia per il peso economico – sociale che politico che queste hanno assunto negli anni e soprattutto nel terzo millennio.

 

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