36° Congresso nazionale “anm” a Palermo: Calamandrei e Tango i più citati.

Nella meravigliosa cornice del Teatro Massimo di Palermo, incastonato in una splendida Palermo “pre-estiva”, il 10 maggio scorso ha avuto inizio la “tre giorni” del 36° Congresso dell’associazione nazionale magistrati, proseguito poi (11 e 12) nel nuovissimo Centro congressuale del “Marina Convention Center”.

Tolto il più discusso tema principale del congresso (la separazione delle carriere dei magistrati), fra i più citati dagli oratori, sono stati Piero Calamandrei (uno dei più lucidi Padri Costituenti) e Giuseppe Tango, giovane magistrato, presidente della anm provinciale di Palermo, che, con la sua palese genuina passione che solo a quell’età spesso ci pervade, ha emozionato la platea del “Massimo”, per le sue belle parole, presente il fratello di Pier Santi Mattarella (PdR), con accanto il presidente del Senato, Ignazio la Russa.

 

Durante i lavori, si sono avvicendati vari ospiti, fra gli altri il Prof. Michele Ainis, noto costituzionalista emèrito della Università degli studi Roma Tre, Geminello Preterossi  Prof. di filosofia del diritto della Università di Salerno, i parlamentari: Elena (detta Elly) Schlein, Mattero Renzi, Giuseppe Conte, il Ministro della Giustizia Carlo Nordio.

Inutile dire che il congresso, che aveva come tema “Magistratura e legge tra imparzialità e interpretazione”, ha virato subito verso l’argomento della separazione delle carriere. In estrema sintesi, tutti i congressisti hanno stigmatizzato la volontà politica del governo di “separare” le carriere dei magistrati, fra PM e giudici.

 

 

Durante il suo intervento, il ministro Nordio (che ripeteva spesso che lui ha “fatto il magistrato per 40 anni, e quindi mai e poi mai mi sognerei di entrare in conflitto con la magistratura”, ecc…), ha più volte affermato che i magistrati saranno sempre la maggioranza del Csm, ecc… Poi ha letto dei passaggi della << Dichiarazione di Bordeaux >> : “Giudici e magistrati del pubblico ministero in una società democratica”.

La dichiarazione di Bordeaux è stata predisposta a Bordeaux (Francia) in seduta comune dei Gruppi di lavoro del Consiglio Consultivo dei Giudici Europei (CCJE) e del Consiglio Consultivo dei Pubblici Ministeri Europei (CCPE), ed adottata ufficialmente dal CCJE e dal CCPE a Brdo (Slovenia) il 18 novembre 2009.

Il ministro recita alcuni stralci, attraverso i quali, tentando una “interpretazione autentica” (pro domo sua, sulla separazione delle carriere), recita che:

  • Art 6, secondo periodo (dich. Di Bordeaux).

<< I magistrati del pubblico ministero debbono essere indipendenti ed autonomi nell’assunzione delle loro decisioni e debbono esercitare le loro funzioni in modo equo, obiettivo e imparziale >>.

E questo mi pare pacifico. Solo che il ministro dà alla frase “indipendenti ed autonomi”, una accezione “propedeutica “ e “corroborante” alla imminente “separazione della carriere” di PM e giudici, che il governo è in procinto di porre (e imporre) al Parlamento, prossimamente.

Peccato che il ministro abba dimenticato di citare il comma uno dello stesso articolo 6, che recita:

  • << L’applicazione della legge e, se del caso, la facoltà di valutazione discrezionale dell’opportunità dell’azione penale da parte del pubblico ministero nella fase preliminare rispetto al processo, impongono che lo statuto dei magistrati del pubblico ministero sia garantito al più alto livello della legislazione, analogamente a quello dei giudici>>.

Che, ictu oculi, significa che i PM e i giudici devono avere lo stesso rango legislativo, al livello più alto. Esattamente come oggi è in Italia, in base alla nostra Costituzione.

A questo punto, corre l’obbligo precisare appunto, che oggi in Italia è già così.

  • La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere” (art. 104);
  • “I magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni” (art. 107).

Ora, se non si tiene conto che l’Italia, in tema di garanzia dei magistrati, è un “faro” per il resto del mondo, proprio perché queste garanzie già esistono: insistere creativamente e capziosamente sulle parole della dichiarazione di Bordeaux, significa retrocedere nella tutela dei magistrati, in tema di indipendenza ed autonomia degli stessa, nell’esercizio della giurisdizione.

Il problema è che nel resto del mondo, sono più indietro dell’Italia, rispetto alle garanzie di indipendenza dei magistrati. La nostra Costituzione è avanti anni luce in tema di garanzie per chi amministra la giustizia. Viceversa, appunto, per molti altri Stati, ciò che é riportato nella dichiarazione di Bordeaux: è, per loro, il…minimo sindacale!

In definitiva, il nocciolo della questione, per i politici, è che se un magistrato condanna un “amico”, allora non è buono; se invece un magistrato assolve un amico, o, meglio, condanna un concorrente politico: allora è buono.

Questa cosa mi ricorda il noto “assioma”, che se un allenatore mi inserisce nella rosa di Prima squadra, allora è un buon allenatore, se invece mi tiene in panchina, allora non è un buon allenatore. Come si può facilmente immaginare, il tema è irrisolvibile.

Signora mia, come siamo messi…

Massimo Piccolo