Violenza di genere, disagio sociale e percorsi di recupero: quando la tutela passa dall’UEPE e arriva fino al cinema

Violenza di genere, disagio sociale e percorsi di recupero: quando la tutela passa dall’UEPE e arriva fino al cinema

La violenza di genere in Italia continua a rappresentare una delle emergenze sociali più gravi e difficili da arginare. Le statistiche nazionali ed europee fotografano un fenomeno che non accenna a diminuire: donne che vivono in condizioni di paura, isolamento e vulnerabilità, spesso circondate da un contesto familiare ed economico fragile. Un disagio che non è solo privazione materiale, ma anche emotiva, relazionale, culturale.

 

Ma accanto a questo quadro doloroso, ci sono anche strumenti e percorsi – giudiziari, sociali, culturali – che cercano di intervenire sia a tutela delle vittime sia sul recupero degli autori di violenza. E in questo complesso sistema, l’UEPE, l’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna, sta assumendo un ruolo sempre più strategico.

 

Ogni anno l’UEPE prende in carico migliaia di persone condannate o imputate per reati commessi in ambito domestico: maltrattamenti, stalking, lesioni…

L’obiettivo non è solo vigilare sull’esecuzione della misura – spesso l’affidamento in prova o la messa alla prova – ma costruire un percorso che permetta all’autore di prendere coscienza del danno provocato e di modificare i propri comportamenti.

Accanto a psicologi e operatori esperti, l’UEPE lavora in rete con procure, centri antiviolenza, servizi sociali e sanitari. Una collaborazione necessaria: la recidiva, in assenza di interventi mirati, resta infatti altissima. E il rischio per le vittime è troppo grande per essere ignorato.

 

Negli ultimi anni sono aumentati i programmi rivolti agli uomini maltrattanti, spesso avviati proprio tramite protocolli firmati tra procure, ASL e UEPE e associazioni del terzo settore. Sono percorsi delicati, non privi di difficoltà, ma considerati fondamentali per contrastare la radice culturale e comportamentale della violenza.

 

La violenza non nasce mai dal nulla. Si nutre di contesti familiari disfunzionali, povertà educativa, dipendenze, fragilità emotive, modelli culturali tossici. Crescere in ambienti privi di cura, rispetto o equilibrio espone uomini e donne a una maggiore vulnerabilità nel costruire relazioni sane.

Le vittime affrontano spesso un doppio disagio: quello generato dalla violenza e quello di una rete sociale che non sempre sa accoglierle, capirle o sostenerle.

Lo stesso vale per gli autori, quando provengono da storie segnate da traumi irrisolti o marginalità.

Ma tra queste vite spezzate, c’è un filo rosso che connette realtà, istituzioni e anche…

cinema.

 

Il cinema da sempre si assume il compito di raccontare le ombre della società, portando sullo schermo storie che altrimenti resterebbero chiuse nelle case, nelle stanze di psicologi, nei fascicoli giudiziari.

 

“Ti do i miei occhi” (2003)

Un film che ha segnalato, con precisione quasi documentaria, la spirale del controllo, della paura e del ricatto emotivo.

 

 

“L’amore rubato” (2016) – Italia

Stalking, manipolazione psicologica, rabbia distruttiva: episodi ispirati a processi reali italiani.

Un racconto che dà voce a chi per anni ha parlato troppo poco.

 

“Un giorno perfetto” (2008)

Uno dei film italiani che più ha saputo raccontare la tensione crescente che precede

un femminicidio.

 

Tutti films, sopra evidenziati, che lasciano il segno per la loro espressione di crudeltà, per il dolore e per la sensazione di impotenza.

 

E serve una rete che funzioni davvero: UEPE, forze dell’ordine, magistratura, sanità, centri

antiviolenza, associazione del terzo settore.

 

Quello della violenza di genere non è solo un problema criminale. È un problema culturale, relazionale, educativo, economico.

Per questo servono risposte multilivello:

  • Intervento a supporto delle famiglie;
  • prevenzione nelle scuole;
  • sostegno economico alle vittime;
  • protezione giudiziaria tempestiva;
  • presa in carico psicologica;
  • trattamenti per gli autori di violenza e per le vittime;
  • formazione continua degli operatori;
  • campagne culturali e mediatiche;
  • narrazioni artistiche che sappiano parlare alla società.

La violenza di genere non è un fatto privato: è un fatto sociale. Riguarda i diritti umani, la sicurezza pubblica, la salute mentale, la parità, la cultura.

Ogni storia dimenticata rischia di trasformarsi in una tragedia annunciata.

Per questo la battaglia non può limitarsi ai tribunali o alle terapie individuali.

Passa per le famiglie, le scuole, i media, le istituzioni.

E anche per le sale cinematografiche, che spesso – con la potenza delle immagini riescono a fare ciò che leggi e campagne non sempre riescono a ottenere: smuovere coscienze, rompere silenzi, creare consapevolezza.

Anas (Associazione Nazionale di Azione Sociale), insieme alle istituzioni intende promuovere delle attività finalizzate ad avere più prevenzione e intervenire per il recupero e il reinserimento di soggetti violenti, affinché si possa avere più sicurezza e tentare ad arrivare a zero femminicidi e violenza di genere.

 

 

Maria Lufrano in collaborazione con Eugenio Siviglia

 

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