L’ordinanza n. 17006/2025 della Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione interviene con forza su una prassi che, negli anni, ha generato non pochi contenziosi: la riduzione percentuale del risarcimento in presenza di patologie preesistenti del paziente, operata dai giudici di merito senza un adeguato supporto causale e senza un’analisi medico‑legale approfondita.
Il caso è noto: un minore subisce un grave danno (accorciamento del piede di 4 cm) a seguito di un intervento chirurgico eseguito in modo errato. La Corte d’Appello riconosce la responsabilità sanitaria, ma liquida solo il 45% dell’invalidità accertata, attribuendo il resto alla patologia pregressa del ragazzo. Una scelta, però, non motivata e soprattutto non sorretta da un’indagine causale adeguata.
La Cassazione annulla tutto: non si può ridurre il risarcimento.
La Suprema Corte richiama due pilastri:
- Causalità materiale
La patologia preesistente è una concausa naturale, ma non esclude la responsabilità del medico: il fatto umano resta causa giuridicamente rilevante dell’evento dannoso. - Causalità giuridica
La riduzione del risarcimento è ammissibile solo se si dimostra, con giudizio controfattuale, che parte del danno sarebbe comunque derivata dalla condizione patologica pregressa.
In altre parole: non basta dire che la malattia c’era; bisogna dimostrare che ha inciso davvero sui postumi.
Il ruolo decisivo della consulenza medico‑legale
La Cassazione è netta:
una riduzione percentuale del danno biologico è legittima solo se fondata su una valutazione medico‑legale rigorosa, completa e scientificamente motivata.
Perché questa ordinanza è fondamentale per le vittime di malasanità
La decisione tutela un principio di civiltà giuridica:
il paziente non può essere penalizzato due volte — prima dalla malattia, poi dall’errore medico.
La riduzione automatica del risarcimento:
- svuota di contenuto la responsabilità sanitaria;
- deresponsabilizza le strutture;
- crea disparità tra pazienti “sani” e pazienti “fragili”.
La Cassazione chiude la porta a questi automatismi e riafferma che la fragilità non è una colpa.
Conclusioni
Questa ordinanza è un monito chiaro ai giudici di merito e un messaggio di speranza per migliaia di famiglie che ogni giorno affrontano il peso della malasanità.
La Corte ci ricorda che:
- il diritto al risarcimento non è una concessione, ma una garanzia costituzionale;
- la valutazione del danno non può essere un esercizio aritmetico, ma un percorso scientifico e giuridico rigoroso;
- la dignità del paziente — soprattutto se fragile — è il centro del sistema.
In un Paese dove la fiducia nelle istituzioni sanitarie è spesso messa alla prova, questa pronuncia oltre a restituire equilibrio e giustizia, ribadisce soprattutto un principio che dovrebbe guidare ogni operatore del diritto: la verità medico‑legale non si presume, si dimostra.
Un segnale forte, che va nella direzione di una giustizia più equa, più trasparente e più vicina alle persone.
Francesco Paolo Cinquemani
*avvocato
