Prima di diventare quelli che dicono “ai miei tempi”, siamo stati quelli a cui qualcuno lo diceva. Avevamo progetti che agli adulti sembravano poco concreti, passioni difficili da spiegare e una gran voglia di essere presi sul serio. E poi, senza accorgercene, ci siamo ritrovati dall’altra parte della frase.
Forse, per prenderci cura dei fragili giovani d’oggi, noi, “giovani di una volta”, dovremmo cominciare proprio da questo ricordo perché la nostra esperienza ha valore, è intrinseca di errori, competenze, delusioni superate e soluzioni che possono essere utili. Indubbiamente, è un passaggio delicato, al contempo, possiamo aiutare a valutare le conseguenze, offrire strumenti, concordare dei limiti e restare disponibili a riparlarne, quando qualcosa non va per il verso giusto. Anche raccontare un nostro fallimento permette di vedere l’esperienza adulta nella sua umanità, fatta di tentativi e di ripensamenti. Sebbene i giovani siano il nostro domani, oggi, vivono accanto a noi. Pertanto, hanno bisogno di occasioni, di interlocutori credibili e di sapere che il loro contributo conta. Noi, genitori, educatori, insegnanti, allenatori, catechisti, animatori, che giovani lo siamo stati, possiamo mettere a disposizione ciò che abbiamo imparato e creare spazio perché loro possano aggiungere qualcosa: l’educazione cresce anche nel dialogo tra generazioni.
E’ una fiducia impegnativa perché ci chiede di accompagnare un futuro di cui non possiamo scrivere ogni dettaglio. D’altronde, per recitare un meraviglioso verso del rinomato sociologo, Danilo Dolci, “Ciascuno cresce solo se sognato”.
Rosanna Travascia
