SCOPERTA SHOCK GdF A TRIESTE: MASCHERINE FFP2 IMMESSE SUL MERCATO CON DOCUMENTI FALSIFICATI

SCOPERTA SHOCK GdF A TRIESTE: MASCHERINE FFP2 IMMESSE SUL MERCATO CON DOCUMENTI FALSIFICATI

Un’inchiesta della Guardia di Finanza di Trieste ha portato alla luce un fatto di enorme rilevanza sanitaria e istituzionale: ingenti quantitativi di mascherine FFP2 e dispositivi di protezione individuale sono stati immessi sul mercato italiano ed europeo senza una reale certificazione di sicurezza, nonostante fossero regolarmente marcati CE, non erano stati effettuati controlli di sicurezza.

La vicenda emerge dall’audizione del Tenente Colonnello Alberto Raffaele Cavallo, già comandante del II Gruppo della Guardia di Finanza di Trieste, tenutasi giovedì 14 maggio 2026 presso l’aula del II piano di Palazzo San Macuto davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sugli acquisti di DPI durante la pandemia. Il suo racconto, supportato da documenti e test di laboratorio, delinea un quadro inquietante.

CERTIFICATI (CE) FALSI E MASCHERINE SUBSTANDARD

Nel febbraio 2021, durante un controllo doganale su un carico di mascherine FFP2 provenienti dall’estero, i finanzieri hanno riscontrato che il certificato CE allegato – un EU Type Examination Certificate apparentemente rilasciato dall’ente turco “Universal” (Notify Body 2163) – non esisteva.

“Inserendo il numero seriale nella banca dati di Universal, il sistema restituiva: no certificate record
Questo primo riscontro ha fatto scattare la segnalazione alla Procura della Repubblica e l’avvio di analisi tecniche approfondite.

Nella prima fase delle indagini, quando la Guardia di Finanza intercettava mascherine sospette al porto di Trieste, la Procura della Repubblica incaricava il Politecnico di Torino di eseguire le analisi tecniche. Il Politecnico applicava integralmente la norma europea UNI EN 149:2001, cioè la norma che stabilisce i requisiti per classificare una mascherina come FFP1, FFP2 o FFP3:

  • test di penetrazione con aerosol di cloruro di sodio (NaCl)
  • test di penetrazione con olio di paraffina
  • prove su campioni tal quali
  • prove su campioni deformati (simulazione di utilizzo)
  • verifica della marcatura CE, del modello, del produttore e del notify body

Questi test erano completi, rigorosi e perfettamente aderenti alla normativa e i risultati sono inequivocabili: molte mascherine non rispettano i requisiti minimi per essere classificate FFP2.

In altre parole, non filtravano come dichiarato e non avrebbero dovuto essere immesse sul mercato.

A ciò si aggiunge un ulteriore elemento critico: molte mascherine erano anonime, prive di marca, modello e identificazione del produttore, pur riportando la marcatura CE.

MA COSA ACCADE AD UN CERTO PUNTO?

A un certo punto, lo SBAD (Servizio di Vigilanza Antifrode Doganale) comunica alla Guardia di Finanza che non è più necessario inviare i campioni al Politecnico di Torino e che le analisi possono essere effettuate gratuitamente presso i laboratori delle Dogane di Roma, evitando i costi dei test del Politecnico.

La decisione non viene dalla Guardia di Finanza, ma dall’Agenzia delle Dogane, che introduce la possibilità di svolgere internamente le verifiche.

Roma non esegue tutti i test previsti dalla legge

  • eseguono solo il test con NaCl
  • non effettuano il test con olio di paraffina
  • non simulano l’indossamento
  • certificano la conformità richiamando una norma non applicabile alle mascherine già marcate CE

Il risultato è devastante: mascherine che Torino avrebbe bocciato risultano invece “conformi” per Roma.

Il Tenente Colonnello Cavallo lo segnala immediatamente alla Procura:

«Ci rendiamo conto che c’è qualche contraddizione implicita nelle certificazioni rilasciate dalla Dogana.»

LA DOGANA SAPEVA?

Durante l’audizione, il Tenente Colonnello Cavallo ha riferito che la stessa dottoressa Rossella Ferro, chimico dei laboratori doganali, avrebbe ammesso:

“Ero consapevole che fosse scorretta la pratica di certificare con un solo test. Dopo marzo non ho più firmato certificati di analisi.”

Una dichiarazione che apre interrogativi pesanti sulla gestione dei controlli durante la fase più critica dell’emergenza sanitaria.

Secondo i dati forniti dalla Guardia di Finanza:

  • 844.000 DPI sequestrati nel solo 2021
  • 11 milioni di mascherine sequestrate in due anni
  • numerosi certificati CE risultati falsi o non verificabili
  • mascherine potenzialmente pericolose già pronte per la distribuzione

IMPLICAZIONI ISTITUZIONALI E SANITARIE

La vicenda solleva questioni di enorme rilievo:

  • sicurezza dei cittadini: milioni di persone potrebbero aver utilizzato mascherine inefficaci
  • responsabilità amministrative: perché i laboratori doganali hanno applicato criteri non conformi alla normativa europea?
  • controlli insufficienti: come è stato possibile che prodotti anonimi e con certificazioni inesistenti superassero la dogana?
  • mercato alterato: mascherine substandard vendute come FFP2 certificate, spesso a prezzi maggiorati

Conclusione

La vicenda delle mascherine non certificate scoperte a Trieste impone una riflessione che va oltre il dato tecnico e tocca il cuore della gestione dell’emergenza sanitaria. Per anni ai cittadini è stato chiesto di vivere nella paura del contagio, di adeguarsi a regole stringenti, di modificare abitudini, relazioni, perfino libertà fondamentali in nome della protezione collettiva. Eppure, proprio mentre si invocava la massima prudenza, sono state immesse sul mercato mascherine prive delle verifiche essenziali, talvolta accompagnate da certificazioni inesistenti, talvolta addirittura pericolose per la salute che, vorrei ricordare sono state imposte ai bambini da indossare per poter entrare in classe.

È un paradosso che pesa come un macigno: si chiedeva rigore ai cittadini mentre il sistema che avrebbe dovuto garantire la loro sicurezza mostrava falle profonde. La paura del virus veniva alimentata quotidianamente, ma allo stesso tempo si permetteva che dispositivi inefficaci – e quindi inutili a prevenire quel contagio tanto temuto – circolassero liberamente, protetti da bolli e timbri che non avevano alcun fondamento.

Questa incongruenza non è solo un errore amministrativo: è un tradimento della fiducia pubblica.
Perché se la protezione diventa un’illusione, se la certificazione diventa una formalità svuotata, allora il cittadino non è più tutelato, ma esposto due volte: al rischio sanitario e alla menzogna istituzionale.

La Commissione parlamentare dovrà ora chiarire:

  • chi sapeva
  • chi ha autorizzato
  • chi ha controllato
  • e soprattutto chi non ha controllato

Francesco Paolo Cinquemani

*avvocato

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