Audito in Commissione Covid, Giuseppe Conte ha rivendicato una gestione “trasparente”, “tempestiva”, “pienamente conforme alla Costituzione”. Ha parlato di “libertà di scelta” vaccinale, di un Parlamento “coinvolto”, di decisioni “sempre rispettose delle procedure”. Ma la ricostruzione dei fatti, verificabile da atti ufficiali, archivi televisivi, rassegne stampa, Gazzetta Ufficiale, racconta un’altra storia. Una storia che non coincide con quella presentata dall’ex premier.
LA FINESTRA DI OWERTON: LA NORMA ARRIVAVA DOPO L’ANNUNCIO IN TV
Le principali testate nazionali (Sky TG24, Rai TG1, TG La7), documentano con continuità una prassi consolidata durante il governo Conte: i DPCM venivano annunciati in conferenza stampa serale, quasi sempre il venerdì, tra le 21:30 e le 22:30, con dirette televisive seguite da milioni di cittadini.
Questa dinamica è facilmente verificabile da chiunque, basta confrontare le date delle conferenze stampa (archivi Rai, La7, Sky) con le date di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, disponibili sul portale istituzionale.
Il risultato è costante: l’annuncio politico precedeva l’atto giuridico di 48–72 ore e usavano il weekend come laboratorio mediatico.
Dopo l’annuncio serale, si apriva un vero e proprio “weekend di discussione pubblica”. I talk show e i telegiornali (Porta a Porta, Otto e Mezzo, Tagadà, Non è l’Arena), analizzavano per ore le misure anticipate dal premier.
Durante il sabato e la domenica, il governo monitorava:
- le reazioni delle categorie produttive;
- le proteste dei commercianti;
- le opinioni degli esperti;
- il clima sociale generale, misurato attraverso sondaggi lampo e analisi dei social.
Non si tratta di una ricostruzione interpretativa, è un fatto mediatico ripetuto ogni settimana, facilmente verificabile e documentato attraverso archivi video e rassegne stampa.
Molti DPCM venivano modificati tra l’annuncio del venerdì e la pubblicazione del lunedì. La cronaca dell’epoca è ricca di articoli che riportano formule ricorrenti come:
“Il testo definitivo del DPCM è stato corretto rispetto a quanto annunciato dal premier Conte nella conferenza stampa di venerdì.”
Una prassi incompatibile con la narrazione di “rigore procedurale” sostenuta da Conte in Commissione Covid.
La prassi degli annunci serali era funzionale a un preciso meccanismo comunicativo “la finestra di Overton”, cioè la strategia con cui si sposta progressivamente ciò che l’opinione pubblica percepisce come “accettabile”.
In Commissione Covid, Conte ha negato qualsiasi uso politico della comunicazione. I fatti dimostrano il contrario, la comunicazione non accompagnava la norma, la anticipava e la modellava.
IL NODO COSTITUZIONALE
Nel corso dell’audizione, Conte ha sostenuto di aver agito nel pieno rispetto della Costituzione. Tuttavia, sul piano normativo resta un punto centrale, il DPCM è un atto amministrativo, non una fonte legislativa, e proprio per questo non dovrebbe incidere direttamente sui diritti fondamentali. Eppure, durante l’emergenza, è stato utilizzato anche per introdurre limitazioni di questa natura. Questa modalità, inoltre, non fu assecondata soltanto sul piano politico e amministrativo, purtroppo una parte di giuristi, magistrati e forze dell’ordine, proprio in quanto conoscitori della legge e della Costituzione e chiamati, nei rispettivi ruoli, a garantire il rispetto dei diritti fondamentali, avrebbero dovuto sollevare obiezioni, chiedere verifiche più rigorose o intervenire nei limiti delle proprie competenze. Si pensi, in particolare, agli agenti che sanzionavano i cittadini per la violazione delle prescrizioni contenute nei DPCM. Proprio chi era chiamato a far rispettare la legge avrebbe dovuto interrogarsi con particolare rigore sulla legittimità e sulla base normativa di quelle disposizioni. In tale contesto, affermare che “non c’erano alternative” non risolve la questione sul piano giuridico: si tratta, piuttosto, di una giustificazione politica. Per capirlo abbiamo dovuto aspettare la sentenza n. 54 del 27 gennaio 2021 del Tribunale di Reggio Emilia, sezione Gip-Gup, che ha dovuto affermare espressamente l’incostituzionalità dei decreti del Presidente del Consiglio dei ministri (DPCM) recanti misure volte a contrastare l’emergenza epidemiologica da COVID-19.
PARLAMENTO ESCLUSO: LE CAMERE INFORMATE A POSTERIORI
Conte ha inoltre dichiarato di aver “coinvolto il Parlamento”, la documentazione restituisce però un quadro diverso.
Le Camere venivano informate soltanto dopo gli annunci televisivi, mentre le misure più invasive erano presentate in TV anziché nelle sedi istituzionali. Un esempio concreto è il DPCM del 24 ottobre 2020, il provvedimento introduceva restrizioni rilevanti, tra cui la sospensione di numerose attività e nuove limitazioni agli spostamenti e agli orari, ma l’informativa urgente alla Camera si tenne il 29 ottobre, cinque giorni dopo. In pratica, quando i parlamentari poterono discutere pubblicamente quelle misure, il contenuto era già stato annunciato ai cittadini ed era già entrato nel dibattito politico e mediatico. Il Parlamento poteva quindi formulare osservazioni e critiche, ma non partecipava pienamente alla definizione iniziale delle decisioni. È in questo senso che il confronto democratico finiva per essere sostituito dalla comunicazione televisiva e le Camere venivano relegate a un ruolo marginale.
LA SEGRETAZIONE DEI VERBALI DEL CTS
Un punto centrale riguarda la mancata pubblicazione, nella fase più delicata dell’emergenza, dei verbali del Comitato tecnico-scientifico richiamati a sostegno dei DPCM. Quei documenti contenevano le valutazioni tecniche utilizzate nel processo decisionale, ma per mesi non furono accessibili. La loro conoscibilità arrivò soltanto dopo una richiesta formale di accesso, il diniego dell’amministrazione e il successivo contenzioso. Il TAR del Lazio accolse il ricorso il 22 luglio 2020; il Governo impugnò la decisione e il Consiglio di Stato ne sospese temporaneamente l’efficacia. Solo il 5 agosto furono consegnati cinque verbali, pubblicati il giorno seguente, mentre l’intera raccolta venne resa disponibile il 4 settembre. La loro lettura consentì di distinguere con maggiore chiarezza tra le indicazioni formulate dagli esperti e le scelte assunte dall’esecutivo. Emersero infatti casi nei quali le misure adottate non coincidevano pienamente con le raccomandazioni del CTS, oppure ne estendevano la portata. La pubblicazione dei verbali mostrò così che la formula ricorrente “ce lo chiede la scienza” non descriveva sempre fedelmente il processo decisionale. Dai documenti emerse, che all’inizio della pandemia, nei verbali di marzo 2020 (ad esempio quello del 13 marzo), il CTS sosteneva che non vi fosse un’evidenza tale da raccomandare l’uso indiscriminato delle mascherine chirurgiche per la popolazione generale o nei luoghi di lavoro, invitando alla prudenza e a riservarle agli operatori sanitari. La linea del Governo fu quella di introdurre l’obbligo di protezione delle vie respiratorie negli spazi chiusi e all’aperto dove non fosse garantito il distanziamento, imponendo una misura più ampia rispetto alle prime indicazioni minimali degli esperti. Anche nei passaggi successivi (come l’obbligo all’aperto o le restrizioni per i più giovani), le date e i dettagli applicativi dei Dpcm venivano decisi dall’esecutivo politico, che spesso si limitava a chiedere un parere formale al CTS o decideva a prescindere, a volte generando anche frizioni o provvedimenti poi censurati dai giudici amministrativi (come nel caso del TAR sulle mascherine ai minori, ritenute dai giudici non adeguatamente supportate da un parere conforme del CTS).
In sintesi, i verbali del CTS fornivano consulenza e pareri (spesso orientati alla prudenza o alla gradualità), ma la scelta di rendere obbligatorio l’uso delle mascherine con i Dpcm fu un atto di indirizzo politico assunto direttamente dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e dal Ministro Roberto Speranza.
IL NODO VACCINALE: LA “LIBERTÀ DI SCELTA” NON ERA LA LINEA DEL GOVERNO CONTE
In Commissione, Conte ha sostenuto di aver sempre garantito la libertà di scelta in materia vaccinale. Eppure, se si rileggono le sue dichiarazioni tra il 2020 e il 2021, emerge un’impostazione diversa. In quel periodo definì infatti la vaccinazione un “dovere civico” e indicò come necessaria un’adesione “di massa”, senza presentare la libertà di scelta come principio centrale della linea governativa.
Anche gli atti adottati dal suo esecutivo si inserivano in questa prospettiva. Il governo istituì un piano vaccinale fondato su criteri definiti e predispose sistemi per la registrazione e la certificazione delle somministrazioni. Il decreto-legge n. 2 del 14 gennaio 2021 e il DPCM dello stesso giorno contribuirono inoltre a organizzare il quadro normativo e amministrativo dell’emergenza, nel quale acquistavano rilievo le certificazioni legate alla vaccinazione, alla guarigione o all’esito del tampone.
Parallelamente, il sistema di restrizioni rendeva di fatto la vaccinazione il percorso più semplice per recuperare spazi di mobilità e di partecipazione alle attività sociali. Per questo, la libertà di scelta rivendicata oggi appare più come una lettura retrospettiva che come la formula politica utilizzata e riconoscibile all’epoca.
CONCLUSIONE
Le dichiarazioni rese da Giuseppe Conte in Commissione Covid, alla luce degli atti richiamati, richiedono una valutazione rigorosa, atteso che le scelte politiche messe in atto dal governo Conte con l’allora ministro Speranza hanno prodotto effetti significativi sui cittadini e sulle istituzioni, lasciandone il segno profondo.
Per queste ragioni, la Commissione e i lettori non dovrebbero fermarsi alla ricostruzione offerta nell’audizione, ma verificarla alla luce della documentazione disponibile. Solo il confronto tra ciò che oggi viene affermato e ciò che allora fu deciso, annunciato e attuato può consentire una valutazione completa delle responsabilità istituzionali. Chiedere questa verifica, significa esercitare un dovere di verità, trasparenza e tutela democratica, che può essere utile a futura memoria.
Francesco Paolo Cinquemani
*avvocato
