La morte della bambina di quattro anni a Palermo è una tragedia che meriterebbe silenzio, rispetto e un’indagine rigorosa. Invece, nel giro di poche ore, è stata trasformata in un caso nazionale, un campo di battaglia ideologico, dove la fretta di trovare un colpevole ha sostituito la necessità di capire cosa sia realmente accaduto. Il risultato è una narrazione volutamente distorta che non solo ferisce una famiglia già devastata, ma devia l’attenzione dai fatti clinici e dai veri nodi di responsabilità sanitaria.
La cartella clinica parla di tonsillite: questo è il punto da cui partire
Il primo accesso ospedaliero registra una diagnosi chiara, tonsillite essudativa febbrile. Non difterite. Non sospetto difterico. Non quadro tossinico.
La bambina viene dimessa e due giorni dopo precipita, fino alla terapia intensiva e alla morte.
Questo è il dato che nessuno può ignorare, se la diagnosi iniziale è stata errata o il quadro sottovalutato, è possibile in tal caso che siamo di fronte a un errore medico.
E questo rimane vero anche se e al momento non è affatto certo, si trattasse di difterite.
Le osservazioni del dott. Serravalle: prudenza, chiarezza e fatti clinici
Il dott. Eugenio Serravalle pediatra ed esperto di farmacovigilanza, in un suo articolo ha richiamato tre punti essenziali:
- La difterite è rara e la diagnosi non è immediata. La presentazione clinica può essere atipica, e la conferma richiede esami specifici. Ma proprio per questo, quando il sospetto è forte, la terapia va iniziata subito, senza attendere tutti i risultati.
- La difterite si cura. Esistono antitossina, antibiotici e protocolli consolidati. Il fattore decisivo è la tempestività del riconoscimento.
- La narrazione mediatica è stata affrettata e distorta. Prima ancora che gli accertamenti fossero conclusi, si è costruito un racconto che punta il dito sui genitori, ignorando la sequenza clinica e la gestione ospedaliera.
Anche Il Dr. Serravalle invita alla prudenza e alla chiarezza e conclude ponendo le seguenti domande che riguardano il funzionamento del sistema sanitario: “quanto siamo preparati a riconoscere una malattia che molti medici non hanno mai visto? Dove si trova il DAT e in quanto tempo può raggiungere un ospedale italiano? Quanto è efficiente la rete diagnostica specialistica? E perché, sul versante della prevenzione, non offrire maggiori possibilità a chi esita di fronte alle formulazioni multicomponente?”
Lo sciacallaggio mediatico: un diversivo per distogliere l’attenzione dai veri colpevoli
Ad oggi non esiste conferma definitiva che si tratti di difterite. Gli accertamenti sono in corso.
Anche nell’ipotesi, tuttora non dimostrata, che la bambina avesse contratto la difterite, la sostanza della questione non cambierebbe. Si tratta di una malattia curabile, per la quale esistono protocolli chiari e consolidati. È però essenziale che la diagnosi venga formulata precocemente e che la terapia sia avviata con tempestività.
Se la diagnosi iniziale è stata sbagliata, se il quadro è stato sottovalutato, se la terapia è stata avviata troppo tardi, la responsabilità rimane sanitaria.
Non dei genitori. Non della mancata vaccinazione. Non delle opinioni personali.
Invece di interrogarsi sulla gestione clinica, una parte della stampa ha scelto la via più facile: colpevolizzare i genitori.
Una mossa che non ha nulla di scientifico e nulla di etico. Una mossa che serve solo a spostare l’attenzione. Una mossa che trasforma una tragedia in un processo morale contro chi, in questo momento, meriterebbe solo silenzio e rispetto.
È una strategia utile a proteggere il sistema sanitario dalle sue incompetenze e ad evitare domande scomode:
- perché la bambina è stata dimessa?
- perché la diagnosi è stata tonsillite?
- perché non è stata avviata una terapia tempestiva, anche solo in via prudenziale?
Sono queste le domande che contano. Sono queste le domande che la Procura dovrà affrontare. Sono queste le domande che il dibattito pubblico dovrebbe porre.
Due pesi e due misure: quando il vaccino fa danni, il silenzio è assordante
Mentre sulla vicenda di Palermo si è scatenata una tempesta mediatica contro i genitori, altre tragedie recenti non hanno ricevuto lo stesso trattamento.
Treviso: bambino di due anni muore di meningite fulminante, nonostante fosse vaccinato
Un bambino di due anni, vaccinato contro la meningite, muore per una forma fulminante. Nessuna virostar in prima serata. Nessun talk show indignato, nessuna campagna di colpevolizzazione, solo poche righe di cronaca.
Palagonia (Catania): bimbo di 18 mesi muore tre giorni dopo il vaccino, lotto sospeso
Un bambino di 18 mesi muore tre giorni dopo la vaccinazione, la Procura apre un’inchiesta, il lotto viene sospeso, si acquisiscono documenti, si indaga sulla conservazione del vaccino.
Napoli: bimbo vaccinato morto comunque di meningite da pneumococco.
Eppure, anche qui, silenzio, nessuna analisi, nessuna dichiarazione dei virostar, nessuna indignazione.
La disparità di trattamento mediatico non è casuale. Quando un vaccino fallisce o causa un sospetto danno, il sistema mediatico tace. Quando invece un genitore non vaccina, la macchina comunicativa si accende all’istante e specialmente in questo momento e non è un caso, ma riguarda la politica.
Negli Stati Uniti con l’ordine esecutivo della Casa Bianca riduce da 18 a 11 le malattie per cui la vaccinazione è raccomandata universalmente nell’infanzia. Negli ultimi mesi, si è aperto un dibattito molto acceso sulle vaccinazioni pediatriche. Alcuni settori politici in Italia stanno valutando se inserirle o meno tra i temi della prossima campagna elettorale. E quando un tema rischia di diventare politicamente sensibile, la reazione del sistema mediatico è sempre la stessa, chiudere il dibattito prima che inizi.
In Italia, con una parte della politica che sta decidendo se affrontare o meno la questione delle vaccinazioni pediatriche nella campagna elettorale del 2027, la strategia è evidente: evitare che si apra qualsiasi discussione pubblica che possa mettere in difficoltà il racconto ufficiale sulla sicurezza vaccinale, ricordo che dal 2014 in Europa, l’Italia è “capofila nelle strategie vaccinali”.
Il meccanismo appare evidente, quando un vaccino fallisce, è sospettato di aver provocato un danno o un bambino muore dopo una somministrazione, prevale il silenzio. Se invece un genitore sceglie di non vaccinare, si moltiplicano titoli, talk show, interventi di virologi mediatici e manifestazioni di indignazione, nessuno accerta mai se quel bambino non era idoneo alla vaccinazione.
Questa non è informazione, ma gestione del consenso; non è tutela della salute pubblica, bensì difesa di una narrativa politica; non è ricerca della verità, ma un modo per impedire che il dibattito abbia inizio.
Il risultato è che la tragedia di Palermo viene usata come strumento per blindare una posizione politica, mentre le altre tragedie, quelle che coinvolgono vaccini, vengono rapidamente archiviate per non creare “rumore” nel momento sbagliato.
Ma la salute pubblica non può essere trattata come un argomento da proteggere in vista di una campagna elettorale. La verità clinica non può essere sacrificata per evitare che un tema diventi politicamente scomodo. E soprattutto, il dolore di una famiglia non può essere usato come arma per condizionare il dibattito politico nazionale.
Silenzio, rispetto, rigore, questo è ciò che la bambina merita. Questo è ciò che la sua famiglia merita. Questo è ciò che un Paese serio dovrebbe pretendere.
Francesco Paolo Cinquemani
*avvocato
