Viviamo in un’epoca in cui la libertà non viene compressa con la forza, ma con la seduzione. Non servono più telecamere nascoste, intercettazioni o agenti in borghese. La sorveglianza del XXI secolo è molto più elegante: ti chiede di partecipare.
Ti fa giocare, ti premia, ti diverte, ti ascolta mentre parli e mentre tu ti rilassi, stai costruendo gratuitamente l’infrastruttura digitale che un domani può essere usata per orientarti, profilarti, prevederti o persino controllarti.
«Non ti hanno rubato i dati. Te li hanno fatti consegnare con un sorriso.»
In breve:
- Fenomeno: “gamificazione” (ovvero introduzione dei princìpi o delle dinamiche del gioco, o di elementi di gioco, nei settori più diversi, anche a fini commerciali); applicato alla raccolta dei dati, trasforma la raccolta di informazioni sulle persone in un gioco o in conversazioni (chat) sui social media, così gli utenti partecipano volentieri senza percepire davvero che stanno fornendo dati.
- Scala: miliardi di scansioni e miliardi di interazioni.
- Effetto: modelli addestrati con dati civili riutilizzati in ambiti militari e di sorveglianza.
Il caso Pokémon Go è stato il primo campanello d’allarme, le conversazioni con l’intelligenza artificiale sono state il secondo e insieme raccontano una verità che non possiamo più ignorare.
Nel 2021 Pokémon Go ha introdotto una funzione apparentemente innocua, fotografare e scansionare luoghi fisici con lo smartphone per ottenere ricompense nel gioco. Statue, parchi, edifici, angoli di strada, milioni di giocatori hanno contribuito a generare circa 30 miliardi di scansioni del mondo reale.
Queste immagini non sono state archiviate per divertimento, sono state utilizzate per costruire un modello 3D globale ad altissima risoluzione, capace di permettere a una macchina di orientarsi solo tramite la fotocamera, senza GPS.
Una tecnologia che oggi viene impiegata anche in ambito militare.
Nel dicembre 2025 Niantic Spatial, una società statunitense specializzata in intelligenza artificiale fisica e calcolo spaziale, che opera come entità indipendente con l’obiettivo di insegnare alle macchine, ai robot e ai droni a comprendere il mondo reale, ha stretto una collaborazione con Vantor, azienda statunitense della difesa con contratti fino a 217 milioni di dollari.
Obiettivo dichiarato, la navigazione per droni in ambienti senza GPS, cioè zone di guerra dove il segnale satellitare è disturbato o oscurato.
Il modello visivo addestrato anche grazie alle scansioni dei giocatori è diventato parte di un sistema di posizionamento immune ai jammer, con precisione fino a 1,5 metri.
Non c’è stata alcuna violazione della privacy, c’è stata una collaborazione inconsapevole dei giocatori.
Oggi milioni di persone non usano più “chatbot “e assistenti IA soltanto per ottenere risposte rapide o soluzioni. Sempre più spesso li trattano come interlocutori intimi, spazi apparentemente neutri in cui sfogarsi, chiedere consiglio, raccontare paure, dubbi, fallimenti, desideri e difficoltà che magari non confidano nemmeno ad amici, familiari o professionisti.
Il punto critico è che, dietro l’apparenza di una conversazione privata e spontanea, vengono spesso consegnate informazioni di enorme valore. Non si tratta solo di parole, sono tracce profonde della vita personale, emotiva e sociale di una persona.
In queste conversazioni si rivelano:
- Stato di salute: sintomi, diagnosi, terapie.
- Fragilità emotive: ansie, traumi, paure.
- Dati sensibili: informazioni che, se aggregate, disegnano profili psicologici e vulnerabilità.
Domande cruciali
- Che fine fanno queste conversazioni? Vengono usate per addestrare modelli, per analisi aggregate, per sviluppo di servizi; possono essere correlate ad altri dati.
- Chi può accedervi? La piattaforma, i suoi partner tecnologici, e potenzialmente soggetti terzi con cui la piattaforma collabora.
- Per quali scopi? Miglioramento dei modelli, marketing predittivo, analisi comportamentale; in prospettiva, possibili usi in sistemi di sorveglianza o valutazione del rischio.
Se Pokémon Go ha trasformato i cittadini in mappatori inconsapevoli, l’intelligenza artificiale sta facendo qualcosa di ancora più profondo, raccoglie ciò che dici, ciò che senti, ciò che temi.
Questi non sono semplici dati, sono identità psicologiche, mappe emotive, indicatori di vulnerabilità.
Consiglio pratico per i lettori
- Evitare di condividere dettagli medici o psicologici sensibili o di carattere personale in chat non esplicitamente protette.
Quando un cittadino accetta termini di servizio anche se incomprensibili, allora tutto è legittimo.
Quando le Big Tech raccolgono dati in modo massivo, gli apparati di sicurezza li riutilizzano, il cittadino non comprende il processo, si crea una triade di potere che nessun Parlamento ha mai deliberato.
Conclusione
La tecnologia può essere strumento di emancipazione o di controllo. La differenza la fanno le regole, la trasparenza e la consapevolezza dei cittadini. Per questo è urgente un nuovo patto democratico che riporti il controllo dei dati nelle mani della collettività. L’intelligenza artificiale può e deve essere usata come un collaboratore operativo: un assistente a cui affidare attività di automazione, segreteria, organizzazione, analisi e sviluppo dei dati, non come un confidente a cui consegnare paure, ansie, problemi di salute o fragilità personali. Il punto non è rifiutare l’IA, ma imparare a usarla con lucidità, mantenendo una distanza tra ciò che può semplificare il lavoro e ciò che appartiene alla sfera più intima della persona.
Fino ad allora, ricordiamo: la libertà non viene sempre sottratta con un decreto; viene anche ceduta con un click su “Accetto”, con un’app scaricata senza leggere le autorizzazioni, con una conversazione apparentemente innocua in cui affidiamo a una piattaforma ciò che non diremmo a nessuno. Se questi servizi sono gratuiti, spesso il prezzo non è il denaro, ma i dati: e quei dati vengono raccolti, conservati, elaborati e riutilizzati per scopi che l’utente non conosce davvero. Per questo l’IA va trattata come uno strumento di lavoro, non come un depositario della nostra vita privata: se è gratuito, il prodotto sei tu.
Francesco Paolo Cinquemani
*avvocato
